TEATRO/ Rialzarsi sempre, finché non ti ammazzano

pantaniNon so se quella che sto scrivendo può essere considerata una recensione a uno spettacolo teatrale. Non sono una critica di mestiere, ma una giornalista professionista che a un certo punto della vita ha deciso di sperimentarsi sul palcoscenico, grazie a un percorso di apprendimento dell’arte della recitazione che, come tutti i percorsi fatti sul serio, non si concluderà mai.

Avevo in programma di scrivere qualcosa su Facebook a commento della visione a Teatro Libero di Milano di “Marco Pantani – In polvere: ascesa e distruzione di un dio”. Sia perché gli attori in scena sono amici, sia perché quanto scrive e mette in scena Alessandro Veronese non è mai banale e le impressioni immediatamente ex post vanno sempre fissate da qualche parte, per poi rileggerle. Ho invece deciso di scrivere le mie note sul blog, per una riflessione più meditata, senza distrazioni, e una successiva lettura di chi ha uno specifico interesse anch’essa maggiormente tranquilla.

Lo spettacolo su Marco Pantani è parente stretto di quello su Pier Paolo Pasolini. Non solo perché appartengono ambedue al filone dei “Teatri d’indagine” ma anche perché sono da considerarsi due “Requiem”, due civili “sacre rappresentazioni” di altrettante Vie Crucis che, nello stesso momento in cui denunciano parole sbagliate, cattive opere e omissioni del Potere, provocano moti d’animo che conducono alla commozione. Una commozione presente, in corso, direi incarnata in chi osserva, non un suo archetipo drammaturgico. Ti senti partecipe di un lutto perché è tuo, ti riguarda, è “di famiglia”. In quel momento non sei più in platea a vedere e sentire degli estranei, ma è come se si fosse tutti, attori e pubblico, in casa di parenti o amici intimi, per un lutto comune.

Questa sensazione si avverte più nello spettacolo di Pantani che in quello di Pasolini. E non perché la qualità dei due spettacoli sia diversa, ma perché Alessandro Veronese, raccontando Pantani, racconta anche se stesso, ricordando gli attimi precedenti e immediatamente successivi al momento in cui apprese la notizia della morte del Pirata. Di più. Sul palco con lui c’è Francesca Gaiazzi, che ripete le stesse parole che disse al telefono in quei concitati momenti.

E che la sacra rappresentazione della Via Crucis di Pantani sia evidente lo mostrano tante immagini: Federico Sala/il Pirata a braccia aperte, “crocifisso” alle due ruote della sua bicicletta; ancora Sala che, impugnata la fiamma ossidrica, la spezza in due (Marco 15,24: “Poi lo crocifissero e si divisero le sue vesti, tirando a sorte su di esse quello che ciascuno dovesse prendere”); Luisa Bigiarini che interpreta Mamma Tonina in un dolente “lamento” con un “Sì, è mio figlio” che viene ripetuto, dolcemente ma ossessivamente, una Pietà che trasforma il palcoscenico in un Golgota.

Nella Via Crucis di Pantani non ci sono Pie Donne, solo la Mamma. Giulia Martina Faggioni interpreta la storica fidanzata del Pirata che lo abbandona una volta spente le sue luci della ribalta, per cercare inutilmente di trovarne di proprie, mentre Francesca Gaiazzi, in un gustoso siparietto comico, rappresenta l’avidità della manager del campione, priva di ogni scrupolo.

Il padre di Pantani non viene rappresentato, mentre emerge in tutta la sua positività e tenerezza la figura di nonno Sotero, interpretato da Alessandro Prioletti, considerato il “padre putativo” del Pirata avendolo incoraggiato nella carriera di ciclista. Prioletti interpreta anche Vallanzasca e Hullrich, ritrovando la grottesca verve comica del Pelosi di “Più dei santi meno dei morti”.

Il Teatro non dà risposte, ma aumenta le domande. Chi sono i carnefici di Pantani? Chi si è voluto togliere di torno una persona scomoda approfittando delle sue debolezze? Chi ha avuto, direttamente o indirettamente, qualche o molti vantaggi dall’aver impedito a Pantani di parlare?

Uscita da Teatro Libero, io un’idea ce l’avrei, partendo dalla considerazione che sembra ormai assodato che la Camorra sia stata il “braccio” omicida e che al Coni (a cui Pantani stava rompendo i coglioni) le simpatie di destra di molti dirigenti non sono un mistero. Quella stessa destra romana protagonista da decenni di tutto ciò che rimane indicibile e di cui emerge solo il minimo indispensabile. Dall’odierna Mafia Capitale a ritroso fino alla Banda della Magliana. E se i mandanti dell’omicidio Pantani appartenessero allo stesso ambiente dei mandanti dell’omicidio Pasolini?

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