Milano/ Teatro: “La bisbetica domata – L’anarchia dell’obbedienza” ovvero… Entrate nel labirinto della libertà e ne rimarrete schiavi!

bisbetica“Niente è come appare”. Questo slogan ha fatto la fortuna di molta narrativa, molto teatro, molto cinema, molti telefilm. Uno slogan abusato, volendo. Ma alla fine dello spettacolo visto a Teatro Libero lo slogan viene in mente come se fosse stato elevato al cubo, perché nemmeno tu sei alla fine ciò che appari all’inizio, cioè “pubblico”, e nemmeno quello che credevi di vedere è, in realtà, quello che hai visto. O avevi intenzione di vedere.

Chi acquista il biglietto pensando di assistere alla classica opera di Shakespeare entra in teatro e, prima che se ne accorga, si trova in un labirinto intellettuale sado-masochistico dove la sua volontà si riduce a poca cosa. Basta una roulette, un tavolo verde, le suadenti parole del croupier e, non sai come sia successo, la tua ragione di vita è ”Vincere ciò che c’è da vincere, non importa cosa”. Aumentano via via i giocatori, aumenta l’eccitazione, aumenta la curiosità. Alla fine del gioco, quando tutti credono che stia per iniziare lo spettacolo e in realtà è iniziato già da tempo e tu ci sei dentro e lo sei tu stesso, fino alla punta dei capelli, il premio è un posto a tavola, accanto agli attori, molto più “in scena” del resto del pubblico, e puoi pure portare un “compagno” a scelta. Chissà cosa ti succederà, magari reciterai anche tu, qualcuno tra il pubblico scuote la testa, “Ho fatto bene a non puntare”, dice, e l’anima di Teatro Libero, “tutta scena” dal camerino fino al foyer, mai così incombente e nera come in questo spettacolo, è come se sorridesse, sarcastica, e gli sussurrasse all’orecchio: “Ma a cosa credi di aver rinunciato?” Già, a cosa? Lo scoprirete solo alla fine.

Alessandro Veronese è l’autore del testo, il regista e il sadico “Master” in scena di un continuo supplizio che dura due ore e rotti e fa soffrire di gioia, serve un ossimoro per spiegare cosa si prova, chiunque respira in teatro, chi dice battute e chi guarda e crede di vedere o di stare per vedere e viene continuamente costretto a cambiare strada.

Non è importante essere uomini o donne, giocatori o censori del vizio del gioco, cani o umani, ricchi o poveri, persone eleganti o sciatte. Siamo tutti schiavi dei voleri del Master, del monarca assoluto che ci ha invitati nel labirinto da cui non usciremo senza sospettare di non esserne mai, in realtà, usciti.

Sulle pareti del teatro le foto di dittatori della Storia: Pol Pot, Hitler, Pinochet, Mussolini… e sintetiche loro biografie dal gusto satirico. Conoscendo il lavoro di Veronese e di Fenice dei Rifiuti pensi di sapere già dove il lavoro andrà a parare.

E sbagli.

In confronto al Master, al Battista che governa il suo regno da monarca assoluto e da cui tutti noi amiamo farci torturare sono stati dei dilettanti.

La trama shakesperiana c’è e non c’è, anche Shakespeare forse sta applaudendo da chissà dove per essere stato, anche lui, messo al guinzaglio del/dal Potere del Master: con un collare (che da amante del fantasy credi abbia uno scopo e in realtà non ce l’ha: un altro dei giochetti del Master), con una catena legata alla caviglia o con una iniezione alla giugulare che ti spappola il cervello.

Niente è sicuro, nemmeno se, per sopravvivere, fai il ruffiano del Potere. Un capriccio del Master Battista ti può togliere dalla merda, un suo capriccio ti può far tornare nel letame dove hai vissuto fino a quel momento.

La Bisbetica ha una strategia per vincere. Per, prima o poi, sconfiggere Battista. Ma funzionerà o è l’ennesimo inganno del Master, l’ennesima strada del labirinto che promette un’uscita che in realtà non c’è?

L’unica che non si fa problemi, che non discute nulla e sempre spera nel futuro, in uno sposo che mai arriverà e che forse è sempre stato solo nella sua testa è Emily, la sorella che in Shakespeare, non a caso, non esiste.

Ognuno, nelle due ore e mezzo passate nel labirinto, cerca di immedesimarsi in Caterina o in Bianca, nella Resistenza o nella Maggioranza Silenziosa che troppo tardi si accorge che c’è qualcosa che non torna.

Ma, forse, in realtà siamo tutti Emily. E non possiamo fare a meno di esserlo. È la nostra natura. E…

Ma quando cerchi di elaborare una finale teoria su Emily e uscire con una soluzione in testa, ti accorgi che non puoi. Che sei all’Inferno e non ne uscirai più libero dalle catene di Battista. E anche il nome del teatro, Teatro Libero, sembra un ennesimo suo sberleffo.

Torna il croupier e, con un perfido sogghigno, dice a tutti i condannati che è di nuovo ora di sedersi al tavolo.

E puntare.

E sperare di vincere.

Il premio lo decide il Master.

E c’è da aver paura.

Sempre.

Soprattutto se vinci.

Annunci